STORIA Tra le popolazioni che abitano nelle foreste equatoriali e tropicali africane, quella dei Pigmei è probabilmente la più antica. Sui monumenti egiziani del secondo millennio a.C. i Pigmei vengono riportati come i “DANZATORI DEGLI DEI” per la loro grande abilità in tale arte. I Pigmei hanno ben accolto le popolazioni Bantu giunte nell’area tropico-equatoriale verso l´anno 1000 d.C., stabilendo con loro rapporti commerciali di baratto tra i loro ricavati della caccia e i prodotti dell’agricoltura praticata dai Bantu. Con il passare del tempo questo rapporto su base di parità si deteriorò a svantaggio dei Pigmei, perché i Bantu, approfittando della loro superiorità tecnologica (arte metallurgica ignota ai Pigmei, nonché la tecnica agricola, poco nota e per nulla praticata dai Pigmei) ridussero in servitù e spesso in schiavitù i Pigmei. Soltanto in questi ultimi decenni, grazie all’intervento di missionari e antropologi, i Pigmei cominciano a godere di nuovo, se pure lentamente e ancora tra gravi violazioni, dei loro diritti umani. GEOGRAFIA, FLORA E FAUNA
Il nome Pigmei deriva dalla parola greca “pygmâios” = alto un cubito, cioè piccolo. Infatti gli uomini sono alti in media 140cm e le donne 130cm. Essi non sono di razza nera, come si crede comunemente, bensì il colore della loro pelle è marrone chiaro. In pratica possiamo dire che i Pigmei sono un insieme di popoli, fisicamente di piccola statura e di colore marrone chiaro, che vivono nelle foreste tropico-equatoriali africane nell´arco che va dal Camerun ai massicci montuosi e vulcanici del Congo.
COME VIVONO I PIGMEI
Ogni gruppo di Pigmei è formato da circa 60-80 persone ossia da 10-15 famiglie con circa sei membri ognuna: papà, mamma e almeno 4 figli vivi, cioè devono metterne al mondo 7-8 per averne vivi in etá adulta almeno 4-5 data l´alta mortalità infantile e la dura selezione naturale che la foresta impone! Perciò ogni villaggio è composto di 15-20 capanne delle quali 10-15 sono abitazioni di singole famiglie e le altre sono per usi sociali diversi: una per i ragazzi e una per le ragazze, una senza muri (tettoia) per la vita comunitaria del villaggio (tribunale, scuola, incontri per canti e racconti popolari, conversazioni serali attorno al fuoco, consigli comunitari ecc.); infine talvolta una per gli ospiti di passaggio. Le capanne del villaggio o dell´accampamento sono disposte a cerchio attorno alla barza (tettoia), lasciando uno spazio abbastanza largo per le danze. Le capanne sono costruite cosí:quelle dell´accampamento di caccia sono circolari, di un diametro di circa 3-4 metri ed alte circa 1,5-2 metri con due “porte”: una verso il centro dell’accampamento e l’altra verso l’esterno. La prima viene chiusa se la famiglia di quell’abitazione va incontro a diverbi seri con il gruppo e verrà riaperta solo dopo la rappacificazione. Queste capanne sono costruite con rami o alberelli (FITU) conficcati nel terreno ed intrecciati insieme nel punto di incrocio alla sommità della capanna a semisfera. Su questa prima intelaiatura vengono intrecciati orizzontalmente altri “fitu” lungo tutta la circonferenza; su questi “fitu” vengono infine infilate le foglie tipo “mangungu” lunghe anche oltre un metro e larghe circa 50-60 cm, intagliando prima il gambo in modo da fissarlo così sul “fitu”. Questo tipo di capanna può durare uno o due mesi in funzione d’una abitabilità limitata a rifugio per la notte: i Pigmei non vivono nelle capanne (così anche i Bantu delle zone rurali) ma all’aria aperta. La pioggia è soltanto una gradevole occasione di una doccia ristoratrice, si tratta spesso di un temporale violento della durata di non più di due ore dopo le quali il sole equatoriale asciuga rapidamente i corpi e i vestiti. Le capanne del villaggio sono invece di pianta rettangolare, lunghe circa 5-6 metri, larghe 3-4 m ed alte 2-2,5 m. Inizialmente vengono piantati sul perimetro una fila di pali,detti “NGUZU”, a circa 20 cm di distanza l’uno dall’altro. Sono ricavati da alberelli grossi come un braccio di ragazzo e resistenti a lungo all’opera devastatrice delle termiti. Su questi pali ne vengono poi legati altri orizzontalmente sia all’interno che all’esterno del perimetro dei “fitu” con liane di foresta e la gabbiatura così ottenuta serve a sostenere il fango dei muri che viene posto a mano in un solo giorno da tutta la comunità riunitasi a tale scopo. Il tetto è costituito da una carpenteria di pali leggeri (detti MAKOMBOMOJA) fissati al centro sulla MWAMBA, che sarebbe il pignone e sui pali dei muri, sempre con liane. Orizzontalmente si legano dei “fitu” distanti circa 10-15 cm l’uno dall’altro e sui quali saranno fissati con i gambi le foglie “mangungu”, come nella capanna tradizionale sopra descritta. (Attualmente nei villaggi che accettano di partecipare al Progetto Pigmei di P. Antonio Mazzucato, queste capanne sono ricoperte di “onduline” dette MANJANJA, lamiere ondulate di 3 metri di lunghezza e 90 cm di larghezza). Nelle capanne non c’è alcun mobile né suppellettile, riducendosi anche il letto a una o due grandi foglie di banano stese a terra attorno al punto centrale della capanna, dove di notte si alimenta un piccolo fuoco e attorno al quale i Pigmei si dispongono a dormire in semicerchio, normalmente nudi o quasi. I vestiti vengono appesi a corde di liane tese tra i pali dei muri. (I Pigmei che partecipano al Progetto hanno anche coperte o vestiti pesanti per la notte, ed è previsto di fornire loro dei letti fabbricati da quelli che stanno imparando l’arte del falegname nella scuola di falegnameria del Progetto). Pentole e tegami vari sono deposti a terra in un angolino, quando non li si lascia tranquillamente fuori, sul luogo dove abitualmente si cucina il cibo quotidiano. 2) LA SOCIETA’ PIGMEA
3) STRUTTURA SOCIALE DEL VILLAGGIO PIGMEO E SUE ATTIVITÀ
Nella società africana ed anche pigmea è sempre il maschio che cerca la femmina: “E’ l’antilope che va all’acqua e non viceversa!” dice un aforisma africano. Il ragazzo va a cercare la ragazza lontano per non rischiare di avere con lei alcun legame di parentela (questo almeno fino a cugini di 5° grado), dato che il ridotto numero di membri di ogni gruppo rischierebbe di deteriorarsi rapidamente sul piano genetico (nascita di figli/e fisicamente o psichicamente menomati) con matrimoni tra consanguinei. Al villaggio della sposa verrà data in dote da parte della famiglia dello sposo un’altra ragazza in modo che il numero delle persone (circa 60-80)di ogni gruppo importante per il suo sostentamento rimanga costante. Il ragazzo accompagnato dai giovani del suo villaggio andrà a prendere la ragazza e i suoi amici/che che le faranno compagnia nella sua nuova casa fino al giorno del matrimonio al quale saranno presenti tutti i parenti e i conoscenti di entrambe le parti e la giornata si concluderà ai ritmi della danza. 5) VITA MATRIMONIALE E DI FAMIGLIACome detto sopra, nel matrimonio dei Pigmei vige la parità di diritti tra uomo e donna pur nella diversità dei compiti. Per esempio: la costruzione della capanna tradizionale (circolare) è compito proprio della moglie che sceglie anche il posto dove costruirla. L’uomo può collaborare ma non imporre alcuna scelta in materia. Per la costruzione invece delle capanne rettangolari con i muri di fango, gli uomini sono incaricati del taglio e messa in sito dei pali, dei muri e del tetto, così come della raccolta in foresta delle liane e del taglio dei “fitu” per la gabbiatura. Il taglio invece delle foglie di copertura del tetto è compito delle donne, ma sono poi gli uomini a fissarle sul tetto. Infine per la messa in gabbia del fango nella sabbiatura dei muri, gli uomini hanno il compito di preparare il fango e le donne del trasporto dell’acqua, dal fiume o dalla sorgente, per l’impasto del fango fatto dagli uomini. Donne e uomini infine fisseranno il fango nelle gabbiature dei muri. I rapporti tra marito e moglie sono retti da rigorose norme sociali di cui le principali sono:
L’educazione-formazione è basata su tre principi: 1. LIBERTA’: il bambino impara facendo esperienze dirette delle persone, delle cose, dell’ambiente, non viene mai escluso dalle attività degli adulti sia al villaggio che durante la caccia in foresta e si interviene nei suoi riguardi solo per insegnargli l’uso corretto delle cose pericolose, come il machete, l’arco e la lancia, il fuoco e gli attrezzi di cucina (coltelli e tegami). Così si può vedere un/una bimbo/a anche di soli due anni col machete in mano… senza che la mamma glielo tolga precipitosamente sgridandolo anche (!: come fanno qui troppi genitori superprotettivi). 2. INIZIATIVA: i bimbi sono stimolati a prendere le più svariate iniziative nella conoscenza ed apprendimento della vita sia del villaggio che della foresta e delle attività quotidiane della vita sia individuale (educazione sessuale) che sociale (attività venatorie). Il tutto s’impara soprattutto “GIOCANDO” sia tra bambini/e che con gli adulti,che non giocano con i bambini per far loro piacere (le mamme non fanno mai ridicoli bamboleggiamenti ai figli/e né storpiano mai le parole imitando il bambino/a!) ma giocano “seriamente” come i bambini, perché per i Pigmei IL GIOCO E IL RIDERE SONO COSA SERIA! 3. RESPONSABILITA’: il bambino/a impara presto che ogni sbaglio in foresta ha come immediata ed inevitabile conseguenza “la punizione fisica”(es: se non guarda dove mette la mano sulla vegetazione, può toccare una liana spinosa e velenosa con una conseguenza dolorosissima se non addirittura mortale. LA FORESTA NON CONOSCE PERDONO NE’ AMMETTE IGNORANZA DELLE SUE LEGGI, NE’ TANTOMENO LA LORO VIOLAZIONE. Così nella vita tra i Pigmei, che dalla foresta traggono tutto il necessario alla sopravvivenza ed al sostentamento quotidiano, da ottenere nella conoscenza e nel rispetto delle leggi della foresta. Oggetti dell’educazione/formazione sono:
I Pigmei si procurano il cibo per la loro sussistenza con la CACCIA, la PESCA e la RACCOLTA dei prodotti spontanei della foresta. Inoltre la foresta offre loro anche liane, legno, pellami, ossa, argilla, ossia tutto il materiale necessario per la costruzione delle loro abitazioni, dei vestiti e degli attrezzi. I Pigmei si procurano il cibo giorno per giorno, in pratica solo nella quantità sufficiente per una giornata; sia perché non hanno tecniche di conservazione del cibo per più di una giornata, sia perché non praticano un commercio di profitto ma solo di sussistenza proprio per la deperibilità dei prodotti di foresta. I Pigmei praticano due tecniche di caccia: La CACCIA INDIVIDUALE è compiuta da un solo individuo armato di lancia o di arco o di tutti e due insieme e accompagnato da un cane da caccia. I cani dei Pigmei sono piccoli, a pelo raso, probabilmente di origine dai levrieri arabi, ma spesso anche dai cani dei colonizzatori europei. Il cane scova la piccola selvaggina del sottobosco e la preda viene colpita da vicino a causa della folta vegetazione. Il frutto di tale caccia appartiene interamente al cacciatore e alla sua famiglia. La CACCIA COMUNITARIA:
Gli strumenti di caccia sono l’arco con frecce di legno la cui punta è imbevuta di veleno vegetale il cui effetto mortale agisce circa una mezz’ora dopo aver colpito la preda; la lancia e la rete, di cui è fornita ogni famiglia o quasi, e infine i cani da caccia. Questi sono stati addestrati fin da piccoli anche inoculando loro negli occhi e nelle narici dei preparati vegetali dolorosi mostrando loro contemporaneamente pelli di vari animali, sì da creare un riflesso condizionato di aggressività contro di essi). Tecnica di caccia comunitaria: La caccia è anzitutto guidata dal capo – caccia, uno dei Pigmei particolarmente stimato come cacciatore (quindi non necessariamente il capo villaggio!), il quale sceglie i vari posti in cui tendere le reti. Le reti vengono tese a semicerchio appendendole ai rami dei cespugli e degli alberelli del sottobosco. Gli uomini, armati di archi e di lance, si appostano dietro agli alberi vicino alla rete e dalla parte esterna del semicerchio. Le donne, i bambini e i cani chiudono il semicerchio e al segnale del capo - caccia cominciano a gridare e a battere il sottobosco con frasche, avanzando verso la rete e sospingendo così la selvaggina nascosta nel sottobosco contro la rete. L’animale impigliatosi nella rete, viene liberato e portato un po’ discosto da essa e lì viene ucciso, evitando che il suo sangue bagni la rete rendendola così inutilizzabile per ulteriori battute di caccia. Una volta uccisa, la preda viene sollevata in alto, in un gesto di offerta e di ringraziamento agli antenati e a Dio. Le donne possono usare come armi i bastoni o il machete, essendo l’arco e la lancia riservati agli uomini. Stessa cosa per i bambini e le bambine che partecipano alla caccia come gli adulti. I bambini ancora troppo piccoli per partecipare autonomamente alla battuta di caccia, o restano al campo affidati agli anziani, o partecipano comodamente portati sulla schiena delle mamme. Così fin dall’infanzia il bambino/a impara la caccia. La preda uccisa viene spartita in parti uguali tra tutti i partecipanti, ma al proprietario della rete spetta una zampa intera (coscia compresa) e a colui o colei che l’ha ucciso spetta il collo. Il primo giorno di caccia è usuale mangiare tutte le prede uccise, in modo da soddisfare il desiderio di cibarsi della carne. Le prede uccise nei giorni successivi saranno in parte mangiate (interiora e pelle) e in parte “bucanate” (cioè affumicate) per poterle portare al mercato del villaggio dei Bantu e scambiarle con prodotti agricoli (manioca, riso, banane, olio di palma, pomodori, cipolle, fagioli) e sale, con cui accompagnare la carne del pasto quotidiano. LA PESCA I Pigmei praticano la pesca come sussidiaria della caccia e non come attività principale che resta sempre e solo la caccia. Anche per la pesca c’è quella individuale e quella comunitaria. La pesca individuale è praticata indifferentemente da tutti, anche dai bambini più piccoli, come quelli di 3 – 4 anni e senza distinzione tra maschi e femmine. Gli attrezzi per pescare erano anticamente lance con la punta di legno (le punte di metallo provengono dai Bantu). Si va di notte quando i pesci “dormono” a mezz’acqua e li si infila con la lancia. Oggi vengono usati anche ami metallici (comprati al villaggio dei Bantu) sia di giorno che di notte. Come esca oltre ai vermi di fiume, si usano insetti vari del sottobosco, quando non si preferisce “mangiarceli noi stessi” dicono sorridendo i Pigmei. La pesca comunitaria è praticata soprattutto dalle donne e consiste nella raccolta dei pesciolini che si riesce ad imprigionare in stagni o pozze artificiali e prosciugate preventivamente, il tutto con ceste e con le sole mani. Soltanto il prodotto della pesca individuale appartiene all’individuo che lo ha pescato; il prodotto della pesca comunitaria è fraternamente condiviso con tutti i partecipanti alla pesca. LA RACCOLTA DEI PRODOTTI DELLA FORESTA La RACCOLTA QUOTIDIANA è individuale e viene effettuata dalle donne (ma possono farla anche gli uomini ed anche i bambini/e) che vanno in foresta a cercare i frutti per il pasto quotidiano. Raccolgono funghi, radici, erbe e frutti selvatici, piccoli animali e insetti (formiche) commestibili. Vengono “raccolti” anche i piccoli animali del sottobosco che si riescono a catturare, soprattutto quelli nascosti nei buchi del terreno e dei tronchi delle piante. Per evitare la morte da morso dei serpenti nascosti sovente in tali tane, i Pigmei si inoculano per via cutanea una polvere nera (preparato di una decina di erbe, radici e teste di serpenti velenosi debitamente inceneriti e amalgamati con formule e riti segreti). Tale “medicina” viene inoculata “prima” ed è efficace per uno o due mesi. La RACCOLTA STAGIONALE è quella del miele selvatico. Particolare è il miele delle “api nere” che fanno l’alveare nel terreno ed il cui miele è leggermente tossico anche se dolcissimo!… Tecnica di raccolta del miele Attrezzi:
Procedimento: l’uomo sale sull’albero aiutandosi con la liana avvolta sui fianchi e sul tronco: questa scorre sul tronco verso l’alto quando si sale e verso il basso quando si scende, alternativamente col movimento dei piedi appoggiati energicamente sul tronco in modo che il corpo resti sospeso al tronco sull’appoggio dei piedi (un po’ come fanno certi rocciatori in montagna); giunto al buco del tronco dentro cui è celato l’alveare, l’uomo allarga il buco con l’ascia ed agita il pugno di foglie dalle quali esce il fumo delle braci, in modo da tener lontane le api (ma qualche ape riesce sempre a pungere l’uomo, che sopporta stoicamente il dolore, tanto è grande la brama del dolcissimo miele!). Una volta ottenuto un buco abbastanza grande per il passaggio di una mano con relativo pezzo di alveare in essa, l’uomo introduce la mano nel buco, strappa un pezzo di alveare grondante di miele e questo primo pezzo lo lancia verso la foresta, in segno di ringraziamento a Dio e agli Antenati, poi procede all’estrazione pezzo a pezzo di tutto l’alveare, riempiendosi anche la bocca di un pezzo da masticare e rendere così più sopportabile con la dolcezza del miele il dolore della puntura delle api, e mette gli altri pezzi dentro alla sporta. Durata del periodo di raccolta del miele: da giugno a fine Agosto. NOTA BENE: a proposito di caccia all’elefante, tradizionalmente non era un’attività abituale dei Pigmei, perché la grande quantità di carne disponibile (3/4 tonnellate) era superiore non solo ai bisogni nutrizionali del gruppo (60/70 persone) ma anche alla sua stessa capacità di consumarla tutta prima che buona parte finisse coll’imputridire con uno spreco notevole di cibo e ciò è inammissibile nella mentalità dei Pigmei come per loro è inammissibile l’omicidio, sprecare cibo o uccidere un essere umano è la stessa cosa per un Pigmeo! Sempre a proposito di caccia: le punte di metallo delle frecce e delle lance e il machete e le reti sono mezzi tecnici non di origine pigmea ma bantu ed è anche attraverso questa “superiorità” tecnica che i Bantu hanno potuto ridurre in “schiavitù” i Pigmei. VITA QUOTIDIANA
MUSICA E DANZA La danza resta il luogo e il momento in cui il pigmeo vive la sua dimensione più completa. Egli ha una forte coscienza di se in quanto individuo e, dunque, un forte senso di libertà. Qui il ritmo è liberamente alternato tra binario e ternario, e i movimenti sono totalmente inventati al momento. La musica di questi abitanti della foresta si differenzia in maniera sostanziale da quella dei vicini Bantu. E' una sinfonia di tamburi di varie dimensioni, strumenti a due corde, ecc. Gli strumenti non sono di una grande varietà, mentre i ritmi si. Molte canzoni sono solo strumentali, o comunque parole (pronunciate spesso inspirando) e note musicali si alternano. In definitiva, la musica - cosi come l'anno catturata in foresta i vari Hugo Zemp, Simha Arom, Louis Samo, Susanne Furniss, Pierre Sallée (e Tsutomu Ohashi, che sui bambuti dell'Ituri ha lavorato nel 1983) - resta un momento altro, la grande risorsa dei "piccoli uomini". Ascolta suoni e musiche della foresta: LA RELIGIONE
Alcune preghiere e
canti dei Pigmei >> NOMADISMO I Pigmei sono considerati “nomadi” ma il loro nomadismo è differente da quello degli Tzigani (zingari). Possiamo classificare due tipi di nomadismo:
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