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CHI SONO I PIGMEI

STORIA

Tra le popolazioni che abitano nelle foreste equatoriali e tropicali africane, quella dei Pigmei è probabilmente la più antica.

Sui monumenti egiziani del secondo millennio a.C. i Pigmei vengono riportati come i “DANZATORI DEGLI DEI” per la loro grande abilità in tale arte.

I Pigmei hanno ben accolto le popolazioni Bantu giunte nell’area tropico-equatoriale verso l´anno 1000 d.C., stabilendo con loro rapporti commerciali di baratto tra i loro ricavati della caccia e i prodotti dell’agricoltura praticata dai Bantu. Con il passare del tempo questo rapporto su base di parità si deteriorò a svantaggio dei Pigmei, perché i Bantu, approfittando della loro superiorità tecnologica (arte metallurgica ignota ai Pigmei, nonché la tecnica agricola, poco nota e per nulla praticata dai Pigmei) ridussero in servitù e spesso in schiavitù i Pigmei.

Soltanto in questi ultimi decenni, grazie all’intervento di missionari e antropologi, i Pigmei cominciano a godere di nuovo, se pure lentamente e ancora tra gravi violazioni, dei loro diritti umani.



GEOGRAFIA, FLORA E FAUNA

  1. Le popolazioni pigmee sono distribuite lungo tutta la zona tropico-equatoriale di questi stati: Camerun, Repubblica Centro-Africana, Gabon, Repubblica Popolare del Congo (capitale: Brazzaville), Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire, capitale: Kinshasa), EST Uganda e EST Ruanda (regione del massiccio del Ruwenzori e dei vulcani che delimitano il confine tra Uganda/Ruanda e la R.D. del Congo. Alcune popolazioni Pigmee sono: i BAKA (Camerun),i BABINGA (Gabon), i BAMBUTI-BASHWA-BAEFE, i BAPOO,i BALESE (R.D. del Congo),i BATWA (Uganda-Ruanda), ecc.

  2. La foresta equatoriale in cui vivono i Pigmei può essere di due tipi:

    1. FORESTA PRIMARIA: con alberi ad alto fusto (30-50 metri) e a distanza ravvicinata tale da formare in alto un tetto quasi impenetrabile ai raggi diretti del sole; il sottobosco è poco denso e principalmente formato dai polloni dei grandi alberi. La temperatura media si aggira tra i 25-32 °C diurni e i 15-20 °C notturni, con una umidità costante tra il 77 e il 99%.

    2. FORESTA SECONDARIA: è quella rinata in quelle zone di foresta primaria abbattuta dall’uomo a scopo agricolo o abitativo ed in seguito abbandonata. In essa crescono pochi alberi ad alto fusto e molti alberelli, cespugli ed erbe di sottobosco: è in questo tipo di foresta (secondaria) che c’è sottobosco fitto, perché il precedente disboscamento ha liberato l’accesso per via aerea (vento ed uccelli) ai semi di molte altre specie di piante vegetali.

  3. Nella foresta in cui vivono i Pigmei, vive anche un certo numero di animali tipici di quell’ambiente: leopardi, okapi, elefanti, antilopi di svariate famiglie, scimmie di ogni tipo e taglia, serpenti in buona parte velenosi ed alcuni velenosissimi (cobra nero, cobra nero e verde, vipere ecc.) e numerosi tipi di animali piú o meno piccoli di sottobosco (istrici, ricci, pangolini piccoli e grandi). Numerose sono le famiglie di formiche, tra le quali, le piú note sono: le termiti divoratrici di legno, abiti di stoffa o di pelle; le formiche rosse divoratrici di animali, pesci e insetti (e anche dell´uomo se non fugge); i formiconi neri e velenosi; le formichine rosse che sono le sole in grado di mettere in fuga le formiche rosse carnivore, ecc.

  4. Nella foresta crescono anche alberi “preziosi” come il mogano, il teak e l´ebano, tutti ottimi per mobili di alto valore.



CHI SONO I PIGMEI

Il nome Pigmei deriva dalla parola greca “pygmâios” = alto un cubito, cioè piccolo. Infatti gli uomini sono alti in media 140cm e le donne 130cm. Essi non sono di razza nera, come si crede comunemente, bensì il colore della loro pelle è marrone chiaro. In pratica possiamo dire che i Pigmei sono un insieme di popoli, fisicamente di piccola statura e di colore marrone chiaro, che vivono nelle foreste tropico-equatoriali africane nell´arco che va dal Camerun ai massicci montuosi e vulcanici del Congo.

 

COME VIVONO I PIGMEI

1) L´ABITAZIONE

I Pigmei vivono in due tipi di villaggi detti piú propriamente accampamenti:

  • IL VILLAGGIO vero e proprio, situato vicino ad un villaggio di agricoltori (bantu e loro padroni) con i quali vengono fatti dei baratti: viene dato il ricavato della caccia, della pesca e della raccolta dei frutti della foresta in cambio di prodotti agricoli, tessili e di altri manufatti artigianali dei Bantu.
  • L´ACCAMPAMENTO DI CACCIA: capanne di rami e foglie costruite nelle zone di caccia.

Ogni gruppo di Pigmei è formato da circa 60-80 persone ossia da 10-15 famiglie con circa sei membri ognuna: papà, mamma e almeno 4 figli vivi, cioè devono metterne al mondo 7-8 per averne vivi in etá adulta almeno 4-5 data l´alta mortalità infantile e la dura selezione naturale che la foresta impone! Perciò ogni villaggio è composto di 15-20 capanne delle quali 10-15 sono abitazioni di singole famiglie e le altre sono per usi sociali diversi: una per i ragazzi e una per le ragazze, una senza muri (tettoia) per la vita comunitaria del villaggio (tribunale, scuola, incontri per canti e racconti popolari, conversazioni serali attorno al fuoco, consigli comunitari ecc.); infine talvolta una per gli ospiti di passaggio.

Le capanne del villaggio o dell´accampamento sono disposte a cerchio attorno alla barza (tettoia), lasciando uno spazio abbastanza largo per le danze.

Le capanne sono costruite cosí:

          quelle dell´accampamento di caccia sono circolari, di un diametro di circa 3-4 metri ed alte circa 1,5-2 metri con due “porte”: una verso il centro dell’accampamento e l’altra verso l’esterno. La prima viene chiusa se la famiglia di quell’abitazione va incontro a diverbi seri con il gruppo e verrà riaperta solo dopo la rappacificazione. Queste capanne sono costruite con rami o alberelli (FITU) conficcati nel terreno ed intrecciati insieme nel punto di incrocio alla sommità della capanna a semisfera. Su questa prima intelaiatura vengono intrecciati orizzontalmente altri “fitu” lungo tutta la circonferenza; su questi “fitu” vengono infine infilate le foglie tipo “mangungu” lunghe anche oltre un metro e larghe circa 50-60 cm, intagliando prima il gambo in modo da fissarlo così sul “fitu”. Questo tipo di capanna può durare uno o due mesi in funzione d’una abitabilità limitata a rifugio per la notte: i Pigmei non vivono nelle capanne (così anche i Bantu delle zone rurali) ma all’aria aperta. La pioggia è soltanto una gradevole occasione di una doccia ristoratrice, si tratta spesso di un temporale violento della durata di non più di due ore dopo le quali il sole equatoriale asciuga rapidamente i corpi e i vestiti.

          Le capanne del villaggio sono invece di pianta rettangolare, lunghe circa 5-6 metri, larghe 3-4 m ed alte 2-2,5 m. Inizialmente vengono piantati sul perimetro una fila di pali,detti “NGUZU”, a circa 20 cm di distanza l’uno dall’altro. Sono ricavati da alberelli grossi come un braccio di ragazzo e resistenti a lungo all’opera devastatrice delle termiti. Su questi pali ne vengono poi legati altri orizzontalmente sia all’interno che all’esterno del perimetro dei “fitu” con liane di foresta e la gabbiatura così ottenuta serve a sostenere il fango dei muri che viene posto a mano in un solo giorno da tutta la comunità riunitasi a tale scopo. Il tetto è costituito da una carpenteria di pali leggeri (detti MAKOMBOMOJA) fissati al centro sulla MWAMBA, che sarebbe il pignone e sui pali dei muri, sempre con liane. Orizzontalmente si legano dei “fitu” distanti circa 10-15 cm l’uno dall’altro e sui quali saranno fissati con i gambi le foglie “mangungu”, come nella capanna tradizionale sopra descritta. (Attualmente nei villaggi che accettano di partecipare al Progetto Pigmei di P. Antonio Mazzucato, queste capanne sono ricoperte di “onduline” dette MANJANJA, lamiere ondulate di 3 metri di lunghezza e 90 cm di larghezza).

          Nelle capanne non c’è alcun mobile né suppellettile, riducendosi anche il letto a una o due grandi foglie di banano stese a terra attorno al punto centrale della capanna, dove di notte si alimenta un piccolo fuoco e attorno al quale i Pigmei si dispongono a dormire in semicerchio, normalmente nudi o quasi. I vestiti vengono appesi a corde di liane tese tra i pali dei muri. (I Pigmei che partecipano al Progetto hanno anche coperte o vestiti pesanti per la notte, ed è previsto di fornire loro dei letti fabbricati da quelli che stanno imparando l’arte del falegname nella scuola di falegnameria del Progetto). Pentole e tegami vari sono deposti a terra in un angolino, quando non li si lascia tranquillamente fuori, sul luogo dove abitualmente si cucina il cibo quotidiano.



2) LA SOCIETA’ PIGMEA
  • La società pigmea è basata sulla famiglia: quella “nucleare” (padre, madre e prole)e quella “allargata” o parentado (nonni/e, zii/e, cugini/e), che ha un ruolo subalterno a quello della famiglia nucleare. Nella cultura sociale dei Pigmei il valore supremo è la PERSONA-INDIVIDUO al cui servizio è posta la famiglia nucleare così come al servizio di questa è posta la famiglia allargata o parentado. (Nella società bantu è invece l’individuo al servizio della famiglia e questa al servizio del parentado e questo al servizio del clan, mentre invece “il clan” non ha alcun peso nella società dei Pigmei).
  • Nella famiglia pigmea vige la parità dei diritti tra uomo e donna pur nella diversità dei ruoli ed attività. L’uomo non ha diritto di decidere o comandare né così la donna, ma decisioni ed ordini sono presi previo accordo dei due, senza tale accordo ognuno agisce secondo il proprio parere ma senza imporlo né imporsi alla controparte…
n.b.: La costruzione della capanna tradizionale (circolare) è compito e soprattutto diritto esclusivo della donna, cui spetta anche la scelta del luogo dove costruire. Cuocere il cibo invece può essere fatto sia dalla donna che dall’uomo, secondo i bisogni del momento.
  • L’educazione dei figli/e è compito di tutti e due i genitori diversificandosi in “papà-ragazzi e mamma-ragazze” verso i 5 anni.
  • Ragazzi/e vicini alla pubertà vengono alloggiati in rispettive capanne sotto la sorveglianza di un anziano, onde evitare contatti “prematrimoniali” immaturi e geneticamente pericolosi per il gruppo.
  • Per le ragazze giunte a maturità sessuale (alla comparsa delle prime mestruazioni) si fa una danza notturna comunitaria, in cui i ragazzi e le ragazze mimano il corteggiamento reciproco sotto lo sguardo sorridente e compiaciuto degli adulti. Alla ragazza sarà inciso sul petto un tatuaggio segnalante la sua maturità sessuale e quindi la disponibilità al matrimonio.

 

3) STRUTTURA SOCIALE DEL VILLAGGIO PIGMEO E SUE ATTIVITÀ

  • Al punto n° 2 si è detto che la società pigmea è essenzialmente basata sulla famiglia nucleare più che su quella allargata.
  • Un villaggio, costituito da circa 10/15 famiglie nucleari, è quasi sempre una “famiglia allargata” in quanto i vari capifamiglia sono imparentati fra di loro o in via diretta o indiretta.
  • L’AUTORITA’ che presiede alla vita del villaggio non è quindi un capo – villaggio con poteri decisionali né giudiziari, ma l’assemblea di tutti i membri del villaggio, donne e uomini adulti e bambini, con la preminenza “morale” dei capifamiglia.
  • IL CAPO – VILLAGGIO è soltanto un uomo che si distingua per saggezza di vita, grazie alla quale gode di autorità “morale” cioè di stima presso tutti gli abitanti del villaggio che perciò seguono liberamente il suo esempio ed i suoi consigli; ma egli non ha autorità di dare ordini.
  • IL TRIBUNALE non è altro che l’assemblea di tutto il villaggio, bambini compresi ed i giudizi sono pronunciati comunitariamente, sotto la guida “morale” dei capifamiglia.
  • Nel giudizio si cerca la riconciliazione delle parti in conflitto, in base al principio che il torto o la ragione non sono mai totalmente da una sola parte. Così oltre al risarcimento della parte lesa, si richiede anche a questa un contributo alla riconciliazione. Concretamente la riconciliazione si effettua con un banchetto in cui anche la parte lesa (cioè quella che ha ottenuto la ragione) contribuisce con una parte di cibo.



4) IL MATRIMONIO

Nella società africana ed anche pigmea è sempre il maschio che cerca la femmina: “E’ l’antilope che va all’acqua e non viceversa!” dice un aforisma africano.

Il ragazzo va a cercare la ragazza lontano per non rischiare di avere con lei alcun legame di parentela (questo almeno fino a cugini di 5° grado), dato che il ridotto numero di membri di ogni gruppo rischierebbe di deteriorarsi rapidamente sul piano genetico (nascita di figli/e fisicamente o psichicamente menomati) con matrimoni tra consanguinei.

Al villaggio della sposa verrà data in dote da parte della famiglia dello sposo un’altra ragazza in modo che il numero delle persone (circa 60-80)di ogni gruppo importante per il suo sostentamento rimanga costante.

Il ragazzo accompagnato dai giovani del suo villaggio andrà a prendere la ragazza e i suoi amici/che che le faranno compagnia nella sua nuova casa fino al giorno del matrimonio al quale saranno presenti tutti i parenti e i conoscenti di entrambe le parti e la giornata si concluderà ai ritmi della danza.

5) VITA MATRIMONIALE E DI FAMIGLIA

Come detto sopra, nel matrimonio dei Pigmei vige la parità di diritti tra uomo e donna pur nella diversità dei compiti. Per esempio: la costruzione della capanna tradizionale (circolare) è compito proprio della moglie che sceglie anche il posto dove costruirla. L’uomo può collaborare ma non imporre alcuna scelta in materia.

Per la costruzione invece delle capanne rettangolari con i muri di fango, gli uomini sono incaricati del taglio e messa in sito dei pali, dei muri e del tetto, così come della raccolta in foresta delle liane e del taglio dei “fitu” per la gabbiatura. Il taglio invece delle foglie di copertura del tetto è compito delle donne, ma sono poi gli uomini a fissarle sul tetto. Infine per la messa in gabbia del fango nella sabbiatura dei muri, gli uomini hanno il compito di preparare il fango e le donne del trasporto dell’acqua, dal fiume o dalla sorgente, per l’impasto del fango fatto dagli uomini. Donne e uomini infine fisseranno il fango nelle gabbiature dei muri.

I rapporti tra marito e moglie sono retti da rigorose norme sociali di cui le principali sono:

  1. rigorosa eterogamia: come detto sopra viene rigorosamente interdetto non solo l’incesto ma anche il matrimonio fra cugini fino al 5° grado!

  2. il numero dei figli è calcolato in base al numero di abitanti del villaggio che, come detto sopra, deve restare costante sui 60-80 individui per esigenze di sopravvivenza del gruppo nella sua area vitale di foresta e di tecnica di caccia. A questo scopo concorrono due fattori:

    • la selezione naturale rigorosa imposta dalla vita di foresta: la mortalità infantile (0-5 anni) si aggira sul 40%; perciò per avere 4 figli vivi e adulti, bisogna metterne al mondo 7-8 almeno!
    • il distanziamento di una nascita dall’altra, sia con l’astensione dei rapporti sessuali tra marito e moglie sia con l’uso di preparati vegetali (farmacopea tradizionale), che regolano la fecondità della donna e in certi casi anche dell’uomo.

  3. educazione e formazione dei figli/e:-Nel periodo dell’infanzia (0-4/6 anni) è ugualmente compito di tutti e due i genitori.

    • Nel periodo della fanciullezza e dell’adolescenza le madri si dedicano principalmente alle bambine e i padri ai bambini, senza con questo tralasciare d’interessarsi anche degli altri figli/e.


L’educazione-formazione è basata su tre principi:

        1. LIBERTA’: il bambino impara facendo esperienze dirette delle persone, delle cose, dell’ambiente, non viene mai escluso dalle attività degli adulti sia al villaggio che durante la caccia in foresta e si interviene nei suoi riguardi solo per insegnargli l’uso corretto delle cose pericolose, come il machete, l’arco e la lancia, il fuoco e gli attrezzi di cucina (coltelli e tegami). Così si può vedere un/una bimbo/a anche di soli due anni col machete in mano… senza che la mamma glielo tolga precipitosamente sgridandolo anche (!: come fanno qui troppi genitori superprotettivi).

        2. INIZIATIVA: i bimbi sono stimolati a prendere le più svariate iniziative nella conoscenza ed apprendimento della vita sia del villaggio che della foresta e delle attività quotidiane della vita sia individuale (educazione sessuale) che sociale (attività venatorie). Il tutto s’impara soprattutto “GIOCANDO” sia tra bambini/e che con gli adulti,che non giocano con i bambini per far loro piacere (le mamme non fanno mai ridicoli bamboleggiamenti ai figli/e né storpiano mai le parole imitando il bambino/a!) ma giocano “seriamente” come i bambini, perché per i Pigmei IL GIOCO E IL RIDERE SONO COSA SERIA!

        3. RESPONSABILITA’: il bambino/a impara presto che ogni sbaglio in foresta ha come immediata ed inevitabile conseguenza “la punizione fisica”(es: se non guarda dove mette la mano sulla vegetazione, può toccare una liana spinosa e velenosa con una conseguenza dolorosissima se non addirittura mortale. LA FORESTA NON CONOSCE PERDONO NE’ AMMETTE IGNORANZA DELLE SUE LEGGI, NE’ TANTOMENO LA LORO VIOLAZIONE. Così nella vita tra i Pigmei, che dalla foresta traggono tutto il necessario alla sopravvivenza ed al sostentamento quotidiano, da ottenere nella conoscenza e nel rispetto delle leggi della foresta.

Oggetti dell’educazione/formazione sono:
  • la vita familiare, ivi compresa l’educazione sessuale oggi impartita esplicitamente in un periodo di almeno un mese che gli adolescenti trascorrono in foresta sotto la guida di un anziano per la cosiddetta “INIZIAZIONE”, nella quale il ragazzo viene introdotto alla conoscenza delle tradizioni claniche e tribali. Da notare che è sempre un anziano non-pigmeo e delle tribù “padrona” che presiede tale iniziazione, prova che essa non è di tradizione originaria pigmea ma bantu, perché solo un appartenente al clan o alla tribù avrebbe il diritto di partecipare a tale pratica.
  • le tecniche di caccia, pesca e raccolta dei prodotti spontanei della foresta (miele, funghi, insetti, erbe, radici e frutti commestibili);
  • giochi di gruppo,
  • tecnica di costruzione dell’abitazione: per le ragazze la capanna circolare, per tutti l’altro tipo di capanna;
  • danze e canti e tecnica di suonare il tamburo,
  • TEMPO DI EDUCAZIONE/FORMAZIONE: dalla nascita al matrimonio.


 L’ECONOMIA

I Pigmei si procurano il cibo per la loro sussistenza con la CACCIA, la PESCA e la RACCOLTA dei prodotti spontanei della foresta. Inoltre la foresta offre loro anche liane, legno, pellami, ossa, argilla, ossia tutto il materiale necessario per la costruzione delle loro abitazioni, dei vestiti e degli attrezzi.

I Pigmei si procurano il cibo giorno per giorno, in pratica solo nella quantità sufficiente per una giornata; sia perché non hanno tecniche di conservazione del cibo per più di una giornata, sia perché non praticano un commercio di profitto ma solo di sussistenza proprio per la deperibilità dei prodotti di foresta.

I Pigmei praticano due tecniche di caccia:

La CACCIA INDIVIDUALE è compiuta da un solo individuo armato di lancia o di arco o di tutti e due insieme e accompagnato da un cane da caccia. I cani dei Pigmei sono piccoli, a pelo raso, probabilmente di origine dai levrieri arabi, ma spesso anche dai cani dei colonizzatori europei. Il cane scova la piccola selvaggina del sottobosco e la preda viene colpita da vicino a causa della folta vegetazione. Il frutto di tale caccia appartiene interamente al cacciatore e alla sua famiglia.

La CACCIA COMUNITARIA:

  • è effettuata da tutti gli abitanti del villaggio/accampamento (compresi i neonati portati dalle mamme sul dorso).
  • dura anche un mese o due o più.
  • si abbandona il villaggio vicino al villaggio dei Bantu e si va nella zona di caccia riservata a quel gruppo di Pigmei, nel quale nessun altro avrebbe diritto di caccia senza il permesso di questo gruppo. Non si tratta di “proprietà-possesso” del territorio, ma di area vitale, in quanto solo Dio ha diritto di proprietà essendo soltanto Lui il Creatore.
  • nella zona di caccia esistono più accampamenti di capannucce circolari, a distanza di circa un’ora di cammino l’uno dall’altro.
  • appena giunti nella zona di caccia ci si raduna tutti in cerchio attorno ad un alberello ai piedi del quale ciascuno depone una pietra; si canta tutti insieme un canto agli antenati, dicendo loro: ”vedete che i vostri figli non vi hanno dimenticato, ma sono tornati là dove siete sepolti, in cerca di cibo. Chiedete a Dio che ci faccia trovare la selvaggina abbonante per il cibo e per lo scambio di altre cose di cui abbiamo bisogno”. Se c’è tra di loro una donna incinta, questa si volta verso l’esterno del cerchio e dice con tono di nenia: ”Voi, nostri Antenati, ci vedete qui con voi e vedete come non abbiamo cessato di continuare la vita ricevuta da voi. Dite a Dio che possiamo coltivarla sempre come il fiore dal quale le api produrranno il miele”.
  • la caccia viene effettuata di volta in volta nei tratti di foresta attorno all’accampamento, in modo da battere tutta la zona circostante in una o due settimane, dopo le quali si va ad un altro accampamento, e così di seguito fino ad aver percorso tutta la zona di caccia riservata a quel gruppo di Pigmei. Questo perché la selvaggina fugge dalle zone dove si effettuano una o due battute di caccia, ma nello stesso tempo non esce fuori dai confini della sua area vitale che corrisponde più o meno alla zona di caccia di quel gruppo di Pigmei.

Gli strumenti di caccia sono l’arco con frecce di legno la cui punta è imbevuta di veleno vegetale il cui effetto mortale agisce circa una mezz’ora dopo aver colpito la preda; la lancia e la rete, di cui è fornita ogni famiglia o quasi, e infine i cani da caccia. Questi sono stati addestrati fin da piccoli anche inoculando loro negli occhi e nelle narici dei preparati vegetali dolorosi mostrando loro contemporaneamente pelli di vari animali, sì da creare un riflesso condizionato di aggressività contro di essi).

Tecnica di caccia comunitaria:

La caccia è anzitutto guidata dal capo – caccia, uno dei Pigmei particolarmente stimato come cacciatore (quindi non necessariamente il capo villaggio!), il quale sceglie i vari posti in cui tendere le reti.

Le reti vengono tese a semicerchio appendendole ai rami dei cespugli e degli alberelli del sottobosco. Gli uomini, armati di archi e di lance, si appostano dietro agli alberi vicino alla rete e dalla parte esterna del semicerchio. Le donne, i bambini e i cani chiudono il semicerchio e al segnale del capo - caccia cominciano a gridare e a battere il sottobosco con frasche, avanzando verso la rete e sospingendo così la selvaggina nascosta nel sottobosco contro la rete.

L’animale impigliatosi nella rete, viene liberato e portato un po’ discosto da essa e lì viene ucciso, evitando che il suo sangue bagni la rete rendendola così inutilizzabile per ulteriori battute di caccia.

Una volta uccisa, la preda viene sollevata in alto, in un gesto di offerta e di ringraziamento agli antenati e a Dio.

Le donne possono usare come armi i bastoni o il machete, essendo l’arco e la lancia riservati agli uomini. Stessa cosa per i bambini e le bambine che partecipano alla caccia come gli adulti. I bambini ancora troppo piccoli per partecipare autonomamente alla battuta di caccia, o restano al campo affidati agli anziani, o partecipano comodamente portati sulla schiena delle mamme. Così fin dall’infanzia il bambino/a impara la caccia.

La preda uccisa viene spartita in parti uguali tra tutti i partecipanti, ma al proprietario della rete spetta una zampa intera (coscia compresa) e a colui o colei che l’ha ucciso spetta il collo.

Il primo giorno di caccia è usuale mangiare tutte le prede uccise, in modo da soddisfare il desiderio di cibarsi della carne. Le prede uccise nei giorni successivi saranno in parte mangiate (interiora e pelle) e in parte “bucanate” (cioè affumicate) per poterle portare al mercato del villaggio dei Bantu e scambiarle con prodotti agricoli (manioca, riso, banane, olio di palma, pomodori, cipolle, fagioli) e sale, con cui accompagnare la carne del pasto quotidiano.

LA PESCA

I Pigmei praticano la pesca come sussidiaria della caccia e non come attività principale che resta sempre e solo la caccia.

Anche per la pesca c’è quella individuale e quella comunitaria.

La pesca individuale è praticata indifferentemente da tutti, anche dai bambini più piccoli, come quelli di 3 – 4 anni e senza distinzione tra maschi e femmine.

Gli attrezzi per pescare erano anticamente lance con la punta di legno (le punte di metallo provengono dai Bantu). Si va di notte quando i pesci “dormono” a mezz’acqua e li si infila con la lancia. Oggi vengono usati anche ami metallici (comprati al villaggio dei Bantu) sia di giorno che di notte. Come esca oltre ai vermi di fiume, si usano insetti vari del sottobosco, quando non si preferisce “mangiarceli noi stessi” dicono sorridendo i Pigmei.

La pesca comunitaria è praticata soprattutto dalle donne e consiste nella raccolta dei pesciolini che si riesce ad imprigionare in stagni o pozze artificiali e prosciugate preventivamente, il tutto con ceste e con le sole mani.

Soltanto il prodotto della pesca individuale appartiene all’individuo che lo ha pescato; il prodotto della pesca comunitaria è fraternamente condiviso con tutti i partecipanti alla pesca.

LA RACCOLTA DEI PRODOTTI DELLA FORESTA

La RACCOLTA QUOTIDIANA è individuale e viene effettuata dalle donne (ma possono farla anche gli uomini ed anche i bambini/e) che vanno in foresta a cercare i frutti per il pasto quotidiano.

Raccolgono funghi, radici, erbe e frutti selvatici, piccoli animali e insetti (formiche) commestibili. Vengono “raccolti” anche i piccoli animali del sottobosco che si riescono a catturare, soprattutto quelli nascosti nei buchi del terreno e dei tronchi delle piante. Per evitare la morte da morso dei serpenti nascosti sovente in tali tane, i Pigmei si inoculano per via cutanea una polvere nera (preparato di una decina di erbe, radici e teste di serpenti velenosi debitamente inceneriti e amalgamati con formule e riti segreti). Tale “medicina” viene inoculata “prima” ed è efficace per uno o due mesi.

La RACCOLTA STAGIONALE è quella del miele selvatico. Particolare è il miele delle “api nere” che fanno l’alveare nel terreno ed il cui miele è leggermente tossico anche se dolcissimo!…

Tecnica di raccolta del miele

Attrezzi:

  • una liana da legare scorrevole attorno al tronco dell’albero e attorno ai fianchi dell’uomo che salirà sull’albero.
  • una piccola accetta/ascia.
  • un pugno di foglie verdi con dentro alcune braci accese.
  • una sporta/borsa di fibre vegetali in cui deporre i pezzi di alveare estratti dall’albero.

Procedimento:

l’uomo sale sull’albero aiutandosi con la liana avvolta sui fianchi e sul tronco: questa scorre sul tronco verso l’alto quando si sale e verso il basso quando si scende, alternativamente col movimento dei piedi appoggiati energicamente sul tronco in modo che il corpo resti sospeso al tronco sull’appoggio dei piedi (un po’ come fanno certi rocciatori in montagna); giunto al buco del tronco dentro cui è celato l’alveare, l’uomo allarga il buco con l’ascia ed agita il pugno di foglie dalle quali esce il fumo delle braci, in modo da tener lontane le api (ma qualche ape riesce sempre a pungere l’uomo, che sopporta stoicamente il dolore, tanto è grande la brama del dolcissimo miele!). Una volta ottenuto un buco abbastanza grande per il passaggio di una mano con relativo pezzo di alveare in essa, l’uomo introduce la mano nel buco, strappa un pezzo di alveare grondante di miele e questo primo pezzo lo lancia verso la foresta, in segno di ringraziamento a Dio e agli Antenati, poi procede all’estrazione pezzo a pezzo di tutto l’alveare, riempiendosi anche la bocca di un pezzo da masticare e rendere così più sopportabile con la dolcezza del miele il dolore della puntura delle api, e mette gli altri pezzi dentro alla sporta.

Durata del periodo di raccolta del miele: da giugno a fine Agosto.

NOTA BENE: a proposito di caccia all’elefante, tradizionalmente non era un’attività abituale dei Pigmei, perché la grande quantità di carne disponibile (3/4 tonnellate) era superiore non solo ai bisogni nutrizionali del gruppo (60/70 persone) ma anche alla sua stessa capacità di consumarla tutta prima che buona parte finisse coll’imputridire con uno spreco notevole di cibo e ciò è inammissibile nella mentalità dei Pigmei come per loro è inammissibile l’omicidio, sprecare cibo o uccidere un essere umano è la stessa cosa per un Pigmeo!

Sempre a proposito di caccia: le punte di metallo delle frecce e delle lance e il machete e le reti sono mezzi tecnici non di origine pigmea ma bantu ed è anche attraverso questa “superiorità” tecnica che i Bantu hanno potuto ridurre in “schiavitù” i Pigmei.


VITA QUOTIDIANA

  • Al canto del gallo (verso le ore 5.30: all’equatore il sole sorge alle ore 6.00 e tramonta alle ore 18.00, cioè ci sono 12 ore di sole e 12 ore di notte durante tutto l’anno) il capo–villaggio si alza e attizza le braci rimaste coperte dalla cenere nella “barza” accendendo il fuoco dal quale tutti poi accenderanno i fuochi di ogni capanna. Poi il capo–villaggio passeggia in mezzo al villaggio dando avvisi e consigli ad alta voce, in un dialogo a volte spassoso con la gente ancora dentro alle loro capanne. Nel dialogo talvolta viene chiamato a parteciparvi anche il Buon Dio, perché per i Pigmei non è qualcuno che se ne sta “lassù” ma uno che vive in mezzo a noi come uno di noi anche se non lo vediamo.
  • Una volta alzatisi tutti (o quasi), consumano, quando ne fosse rimasto, il cibo della sera precedente, poi ognuno se ne va per i fatti suoi: le donne alla cerca in foresta, gli uomini a caccia o a pesca o ai campi quelli che hanno dei campi da coltivare in questi ultimi anni, oppure vanno col capo – villaggio a compiere con lui il lavoro o l’attività che aveva “consigliato” negli avvisi mattutini … Altri restano al villaggio a rammendare le reti di caccia o a confezionare archi e frecce o lance. Di tanto in tanto mangiucchiano una banana o una radice di manioca arrostita; ma il vero “pranzo” sarà fatto alla sera verso le h 18.00/19.00.
  • Le attività “quotidiane” non durano più di due o tre ore, dopo le quali le donne occupano il tempo a preparare da mangiare o a prepararsi per le danze serali dipingendosi con succhi di frutta la cui traccia nera o rossa perdura oltre ad una settimana sulla pelle; gli uomini occupano il tempo libero o con il gioco del pallone insieme con i ragazzi e i bambini o con altri giochi oppure con il racconto delle imprese di caccia e i fatti del villaggio sia dei Bantu che loro.
  • La sera, dopo mangiato o danzano o passano allegramente il tempo a chiacchierare attorno al fuoco sia nella “barza” che davanti alla propria capanna.
  • Le danze si fanno sia per il loro divertimento, sia in occasione di matrimoni, di iniziazione di ragazzi o ragazze all’età adulta e ci sono anche danze per la caccia all’elefante e danze per la fioritura degli alberi i cui fiori forniscono il nettare per il miele…



MUSICA E DANZA

La danza resta il luogo e il momento in cui il pigmeo vive la sua dimensione più completa. Egli ha una forte coscienza di se in quanto individuo e, dunque, un forte senso di libertà. Qui il ritmo è liberamente alternato tra binario e ternario, e i movimenti sono totalmente inventati al momento.

La musica di questi abitanti della foresta si differenzia in maniera sostanziale da quella dei vicini Bantu. E' una sinfonia di tamburi di varie dimensioni, strumenti a due corde, ecc. Gli strumenti non sono di una grande varietà, mentre i ritmi si. Molte canzoni sono solo strumentali, o comunque parole (pronunciate spesso inspirando) e note musicali si alternano. In definitiva, la musica - cosi come l'anno catturata in foresta i vari Hugo Zemp, Simha Arom, Louis Samo, Susanne Furniss, Pierre Sallée (e Tsutomu Ohashi, che sui bambuti dell'Ituri ha lavorato nel 1983) - resta un momento altro, la grande risorsa dei "piccoli uomini".

Ascolta suoni e musiche della foresta:

  1. Brano1 (.mpg 587Kb)


  2. Brano2 (.mpg 772Kb)


  3. Brano3 (.mpg 711Kb)


  4. Brano4 (.mpg 704Kb)


  5. Brano5 (.mpg 617Kb)



LA RELIGIONE

  • I Pigmei non hanno una RELIGIONE, cioè non hanno riti né luoghi di culto, né persone addette al culto né alcun tipo di istituzione o di struttura religiosa; ma hanno invece una RELIGIOSITA’ naturale spontanea e semplice, in un rapporto personale con Dio, ritenuto qualcuno realmente presente e del quale la foresta è il seno che li genera e li nutre.
  • Ci sono “riti” comunitari (vedere quanto riferito sopra a proposito della caccia comunitaria) ma in essi non c’è una rigida procedura rituale né un’autorità cui sola competa l’azione rituale né un luogo specifico. Per esempio, la preghiera attorno al fuoco acceso ai piedi di un albero qualsiasi e non di un determinato albero e il fuoco acceso con foglie del sottobosco senza preferenza di sorta… Le preghiere che si fanno non sono formule fisse ma espressioni spontanee di omaggio a Dio e agli Antenati e richiesta di aiuto, e chi presiede può essere il capo – villaggio, il capo – caccia o il più anziano o chiunque voglia farlo… Non esistono oggetti “sacri” e le cose impiegate (pietre, rami, acqua) sono occasionali e ciò che si vuole esprimere attraverso quegli oggetti è il loro uso in quelle circostanze.

Alcune preghiere e canti dei Pigmei >>

NOMADISMO

I Pigmei sono considerati “nomadi” ma il loro nomadismo è differente da quello degli Tzigani (zingari). Possiamo classificare due tipi di nomadismo:

  • NOMADISMO ITINERANTE: quello degli Tzigani; è un viaggiare continuo senza una dimora fissa in nessun luogo.
  • NOMADISMO STANZIALE: quello dei Pigmei; è uno spostarsi da un “accampamento” all’altro all’interno di un’area vitale, che il gruppo non abbandonerà mai, salvo che ne venga cacciato a forza o da eventi naturali o da invasioni di altri popoli. Il nomadismo oltre all’aspetto più esteriore del migrare continuo, ha soprattutto la caratteristica della concezione del tempo più centrato sul presente che volto al passato o al futuro, a tal punto che il Pigmeo compie ogni atto totalmente concentrato in esso, fisicamente, mentalmente e spiritualmente, anche perché la vita in simbiosi con la natura (foresta) comporta un’attenzione totale per poter sopravvivere in tale ambiente.

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